Racconti e Fiabe

e i bambini continuavano a camminare

di Axel
 

Erano ormai ore che i bambini stavano camminando.
Non si erano ancora fermati, non volevano neanche farlo perché avevano paura che s e avessero sostato troppo a lungo, quegli uomini li avrebbero trovati…
E così continuavano a camminare, i piedi dolevano dentro le scarpe, i rami ferivano il volto, spesso il muschio umido dell’oscuro sottobosco faceva scivolare e allora le mani e i vestiti si sporcavano e si strappavano. Ma con un grande sforzo di volontà continuavano a camminare.
Il più piccolo piagnucolava e si lamentava. Aveva puntato i piedi e si era aggrappato ai vestiti del più grande pregandolo, con la tenacia e l’insopportabile insistenza che hanno solo i bambini di quell’età, di fermarsi, di riposare, di chiamare aiuto, ma il più grande non aveva voluto sentir ragione. Non voleva tornare perché aveva paura di ritrovare quegli uomini, quelli che li avevano abbandonati lì, non voleva vedere la malvagità dei loro volti, le loro espressioni che avevano già decretato il destino di loro due: la morte.
E così continuavano a camminare nell’oscurità dei boschi.
I due bambini non temevano le foreste, ci erano nati. La loro casa sorgeva su un isola in mezzo a un fiume, coperta di prati e alberi. Si chiamava Tol Galen, l’Isola Verde.
Avevano imparato a riconoscere gli alberi e i fiori, a parlare con gli uccelli, a osservare le stelle mentre ascoltavano la madre che cullava la sorellina, cantando storie misteriose e affascinanti di terre al di là del mare e di gloriosi principi. Ed erano felici.
Poi un giorno il loro papà aveva deciso di lasciare la loro casa e di andare in un'altra, lasciare i nonni e i luoghi felici dove i due fratellini e la sorellina erano nati e cresciuti.
Come tutti i piccoli di fronte alle novità, i due fratellini non volevano recarsi in un posto sconosciuto. La nuova casa però non era così male: era grandissima e, con grande felicità dei due piccoli, circondata da boschi. L’unica cosa a cui non riuscivano ad abituarsi era la gente. In quel posto andavano e venivano tantissime persone, donne e uomini, alcuni armati di lunghi archi e bianchi coltelli, altri dal volto nobile e bellissimo, ma tutti estranei, sconosciuti. Ai due fratelli non piaceva stare in casa in mezzo a tutta quella folla, preferivano di gran lunga scorazzare nelle foreste, così luminosi, così magici da far venire voglia di viverci per sempre.
Ma nel bosco in cui adesso stavano camminando non c’era nulla di magico. C’erano ombre, ombre che si muovevano, che cercavano di afferrarli mentre cedevano alla stanchezza, che li osservavano e li seguivano. Il respiro della natura era cupo e malvagio. Persino i pochi raggi di sole che riuscivano a fendere la spessa cappa verde non illuminavano né infondevano speranza, ma la loro luce era giallognola e spenta, partecipe dell’opprimente atmosfera sembrava anch’essa sottomessa alla malvagità che strisciava, infida, lungo le cortecce ammuffite e le umide felci.
E i bambini continuavano a camminare.
_ Fratellone, ti prego, fermiamoci _
Il bambino più piccolo aveva i capelli sudati e il viso sporco, pulito dove le lacrime erano cadutemi che ormai, nella stanchezza, aveva smesso di versare.
Il più grande non disse nulla, e tirò con più forza il braccio del fratello per farlo andare avanti.
_ Guarda che se non ci fermiamo il papà non ci troverà _
“Cerco che ci troverà, pensò il più grande, ci troverà perché papà ci vuole bene e non ci lascerebbe mai qui da soli” Però non disse niente
_ Il papà verrà a cercarci, non è vero? _ replicò il piccolo, come se avesse letto i pensieri del fratello, che rallentò l’andatura.
Il piccolo gli trotterellò accanto
_ Non è vero? _ e guardò il più grande, supplicando con gli occhi una risposta affermativa
_ Certo che verrà, lui non ci lascerebbe mai da soli _
_ E’ vero, lui non ci lascerebbe mai da soli….. e allora perché non arriva? _
_ Beh, sono solo poche ore che siamo qui, non se ne sarà ancora accorto. Forse pensa che siamo a giocare. È per questo che non arriva.
Già, a giocare.
Ma lui sapeva che era impossibile pensare al gioco, non dopo quello che era successo.
Prima di essere portato via da quegli uomini, aveva visto suo padre, e man mano che passavano le ore, cominciava a intuire perché non arrivasse.
C’era stata una battaglia, proprio nella loro casa; uomini armati erano venuti e avevano cominciato a tirare frecce e a uccidere. Il ragazzino aveva ancora nelle orecchie i gemiti dei morenti e i pianti delle donne. Aveva corso per la casa e per i prati cercando la madre e la sorellina, ma non le aveva trovate. Aveva corso urlando i loro nomi con le lacrime agli occhi, terrorizzato dal fatto di trovarsi solo in mezzo a tutta quella morte.
E poi erano arrivati quei sette cavalieri, con gli elmi rossi e le spade. Il bambino si era spaventato tantissimo nel vederli, le loro espressioni erano terribili. Era stato allora che aveva visto il padre. Il bambino aveva sorriso ed era corso verso di lui con le braccia tese. Finalmente aveva ritrovato il suo papà! Adesso l’avrebbe preso in braccio, sarebbero andati a cercare la mamma e se ne sarebbero andati da quel terribile posto.
Ma i cavalieri erano stati più veloci di lui. Si sentì afferrare sotto le braccia e alzare da terra. Aveva urlato con quanto fiato aveva in gola, sempre con le braccia tese verso il padre, ma proprio nel momento in cui anche lui lo gridò il suo nome, il piccolo non vide più nulla.

Quando si era svegliatosi era trovato in quel bosco. Il suo fratellino era accanto a lui, con gli occhi chiusi. Era vivo ma terribilmente pallido.
Si era alzato in piedi e con un tuffo al cuore si era accorto che erano soli. Soli!
Avrebbe voluto mettersi a correre, a urlare, o cadere in ginocchio e piangere, invocare aiuto. Ma mentre si guardava attorno smarrito, cercando una soluzione a quella tremenda situazione, il fratellino si era svegliato e lo osservava.
_ Fratellone, che fai? _
Con un sobbalzo il più grande si girò e guardò l’espressione stupita del piccolo
“E adesso come faccio a dirgli che ci hanno abbandonati qui, pensò, Non riuscirebbe a capire, si spaventerebbe. Non posso dirgli che siamo soli, che non c’è nessuno?”
_ Fratellone, dove siamo? Dove sono tutti gli altri? _
“E adesso come glielo dico?” pensò il più grande
_ Sono stati quegli uomini, vero? _
_ Cosa? _
_ Quegli uomini a cavallo, con gli elmi rossi. Mi hanno detto che mi portavano dalla mamma e mi hanno fatto salire su un bellissimo cavallo. Poi però mi è venuto sonno e mi sono addormentato. E poi mi sono svegliato qui. Sono stati quei cavalieri, vero? _
_ Si _
_ E perché? Dov’è la mamma? _
_ La mamma è a casa, con la sorellina _ Il ragazzino sperava ardentemente che fosse così, che loro due non fossero rimaste coinvolte in quello che era successo poche ore prima a casa.
_ E il papà, lui verrà, vero? _
_ No non resteremo soli _ disse il più grande, rispondendo al piccolino, ma cercando in qualche modo di convincersi. “C’è ancora speranza” pensò.
E cominciarono a camminare.

Improvvisamente gli alberi si fecero meno fitti. I bambini continuavano a camminare e il soffitto di foglie si faceva sempre meno opprimente e ogni tanto si riusciva a scorgere il cielo.
Era sopraggiunta la notte e le stelle splendevano. Erano più numerose delle altre notti, come se fossero curiose e dal balcone del cielo volessero osservare quei due strani, sporchi bambini che camminavano in mezzo ai boschi, o forse volevano solo tener loro compagnia nella solitudine e nella paura.
Il più piccolo tirò la mano del grande e si fermò.
_ Fratellone, com’è che la mamma chiamava quella tizia che appiccica le lucciole sul cielo? _
Era stato trascinato dal fratello tutta la giornata. All’inizio l’aveva seguito senza protestare. Pensava che egli sapesse dove stavano andando, e che comunque avrebbero camminato per poco tempo. Invece avevano continuato ad andare avanti senza fermarsi. I piedi gli facevano male, era stanco, non vedeva il motivo di quella marcia. Aveva iniziato prima a piagnucolare, a sbuffare, a implorare il fratello, poi lo aveva tirato, aveva puntato i piedi cercando con tutte le sue forze di fermarlo, ma non c’era stato verso.
Continuava a chiedergli _ Quando arriva papà _ per sentirsi sempre rispondere _ Vedrai che arriva _ Questa risposta gli bastava per quietarsi un po’, ma più il tempo passava, più la solitudine diventava opprimente. Il bimbo cominciava a inquietarsi, nel constatare che non avevano ancora visto nessuno, ma ciò che lo agitava di più era l’espressione del fratello: aveva visto qualcosa che non voleva dire, lui sapeva perché il papà non arrivava. Era questa terribile sensazione che spaventava maggiormente il piccolino.
Solo le stelle erano riuscite e distrarlo un attimo.
_ Allora, come si chiamava? Elebeth? _
_ No, è Elbereth _ il più grande sorrise. Nel pronunciare quel nome il suo cuore si era riscaldato “Si, c’è ancora speranza”


“I figli di Feanor giunsero inaspettatamente, nel pieno dell’inverno, scontrandosi con Dior alle Mille Caverne; ebbe così luogo la seconda carneficina di Elfi per mano di Elfi. Cadde Celegorm ucciso da Dior, e caddero Curufin e il fosco Caranthir; ma anche Dior fu ucciso, e con lui Nimloth, sua moglie, e i crudeli servi di Celegorm si impadronirono dei loro figlioletti e li abbandonarono a morire di fame nella foresta. Vero è che Maedhros di ciò si pentì e a lungo li cercò nei boschi del Doriath; ma invano, e in nessun racconto si trova traccia della sorte di Elurèd ed Elurìn”

J. R. R. Tolkien “Il Silmarillion”

 


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